Hai mai provato quella frustrazione che ti assale quando, dopo un inizio carico di entusiasmo, senti la motivazione svanire senza un motivo chiaro? È una sensazione comune e spesso fraintesa: non sei tu ad essere sbagliata, è il cervello che si ribella al cambiamento. In questo articolo scoprirai cosa succede realmente dentro di te quando vorresti mollare tutto, perché è normale sentirsi così e, soprattutto, come attraversare questa fase senza arrendersi. Perché proprio nei momenti in cui tutto sembra spezzarsi… stai crescendo davvero.

Hai mai iniziato qualcosa con entusiasmo per poi sentire, poco dopo, che l’energia si è spenta?
Un corso di yoga, un percorso alimentare, un nuovo libro, un progetto ambizioso. All’inizio sei carica. Determinata. Ogni passo sembra leggero, ogni azione guidata da una forza interiore che finalmente senti viva.
E poi… accade qualcosa.
Un giorno ti svegli e non hai più voglia. O forse hai ancora voglia, ma non hai più fede. Cominci a dubitare. A rimandare. A trovare mille scuse. E dentro, quella voce che prima ti diceva “Vai!”, ora sussurra: “Ma serve davvero a qualcosa?”
Succede a tutte. Più spesso di quanto immagini.
Ed è proprio di questo che voglio parlarti.
All’inizio di ogni percorso c’è un’onda di entusiasmo.
È fisiologico. È emotivo. È umano.
Il cervello rilascia dopamina — l’ormone dell’anticipazione e del desiderio. Ci sentiamo invincibili, motivate, padrone della nostra trasformazione.
Ma il cervello ama la gratificazione immediata. E quando questa non arriva — quando i risultati tardano, quando il corpo non cambia come vorremmo, quando quella nuova lingua continua a sembrare ostica — qualcosa dentro comincia a cedere.
La stessa mente che ci aveva spinte, ora ci tira indietro.
Ci dice che è inutile. Che non cambierà nulla. Che tanto siamo fatte così.
Ed è questo il momento critico.
Il punto in cui la motivazione si spezza.
Ma ascolta bene: non è debolezza. È neurologia.
Il nostro cervello non è progettato per il cambiamento, ma per la sopravvivenza, l’efficienza e la conservazione dell’energia.
Ogni cambiamento — anche se positivo — viene registrato come uno sforzo. E, quindi, come un possibile rischio. Il cervello ha una sorta di radar primordiale che segnala tutto ciò che è nuovo o faticoso come potenzialmente pericoloso. Anche iniziare ad andare in palestra o cambiare alimentazione, da questo punto di vista, rappresenta uno “stress”.
E c’è di più: il cervello preferisce ciò che è familiare, anche quando ci fa soffrire.
Nell’era primitiva, la familiarità era sinonimo di sicurezza.
Se conoscevi un territorio, sapevi dove trovare il cibo, dove nasconderti dai predatori. Se eri già sopravvissuta a un attacco di tigre comportandoti in un certo modo, lo avresti fatto di nuovo. Perché aveva funzionato.
Quindi, anche se una situazione ti fa male, il cervello la preferirà ancora.
Perché l’ha già vissuta. Perché sa di essere sopravvissuto.
Il suo compito non è renderti felice.
È farti restare viva.
Così, quando inizi a cambiare abitudini e a lasciare vecchi schemi, quella parte più antica della mente — spesso chiamata “cervello rettiliano” — entra in modalità difensiva. Ti spinge a tornare indietro. A rifugiarti nel conosciuto.
Anche se il conosciuto non ti rende felice.
Cambiare è percepito come una minaccia.
Ma è proprio attraversando questa resistenza che si cresce.
Dal punto di vista fisiologico, ogni nuova abitudine richiede la creazione di nuove connessioni neurali. E questo processo ha bisogno di tempo, ripetizione, costanza.
È come imparare a guidare o ad andare in bicicletta. All’inizio ogni gesto è meccanico, innaturale, stressante. Poi diventa automatico.
Oggi sali sulla bici o in macchina e vai, senza nemmeno pensarci.
Hai costruito un automatismo. Un circuito neurale che ora scorre fluido.
Succede lo stesso con l’alimentazione, con l’attività fisica, con l’autostima, con qualsiasi cambiamento profondo.
Serve tempo.
Serve pazienza.
Serve amore.
Ma torniamo a quel momento preciso.
Quel giorno in cui ti sembra di non farcela.
In cui hai la tentazione di mollare.
Sai cosa succede davvero, in quel momento?
Succede che stai crescendo.
Il disagio che senti è il segno che ti stai spostando.
Che il vecchio te si sta ribellando. Che il tuo corpo, la tua mente, le tue emozioni stanno cercando di proteggerti da qualcosa che non conoscono ancora.
È come la terra che si spacca per far uscire un germoglio.
Fa male. Ma è necessario.
E allora, cosa puoi fare?
🌿 Accetta questo spazio come parte del viaggio. Non correre via. Non cercare scorciatoie. Siediti. Ascolta.
🌿 Ritorna al tuo perché. Scrivilo di nuovo. Ricordati cosa volevi cambiare. Che sensazione cercavi. Che libertà desideravi.
🌿 Parla alla te che aveva iniziato. Dille che sei ancora lì. Che ci credi ancora. Che può fidarsi.
🌿 Semplifica. Se non riesci a fare tutto, fai meno. Ma fallo con amore.
🌿 Visualizza. Ogni giorno, per cinque minuti, immagina quella versione di te che ha continuato. Che ha creduto. Che ha vinto la sua stanchezza.
🌿 Cerca supporto. Una voce esterna, una guida, una persona che ti ricordi chi sei quando tu lo dimentichi.
Il cambiamento vero non è quello che si nota subito.
È quello che avviene dentro, silenzioso, invisibile.
Quando decidi di non mollare — proprio quando tutto ti dice che dovresti — stai scolpendo una nuova versione di te.
Una te più forte. Più libera. Più fedele a ciò che desidera.
Non c’è fallimento in chi rallenta.
C’è forza in chi resta.
E se oggi ti senti stanca, sappi che sei nel cuore del cambiamento.
Ogni radice affonda prima di far nascere un fiore.
Resisti. Non perché devi. Ma perché vuoi.
Perché sai, nel profondo, che dall’altra parte del buio
c’è la te che stavi cercando.
Un abbraccio.
