Viviamo in un tempo in cui ci viene detto che basta pensare positivo per stare bene. Ma cosa succede quando quel mantra diventa una prigione emotiva? Quando sorridere diventa un obbligo, e il dolore qualcosa da nascondere? In questo articolo parlo della mia esperienza personale con la positività tossica, della crisi di identità che ne è nata, e di come ho imparato che la vera crescita personale non nasce dal forzare la luce — ma dall’imparare a sentire anche il buio.

Era febbraio del 2024. L’aria era grigia, come lo era il mio umore. Vivevo all’estero da tempo, eppure quella città che una volta avrebbe dovuto rendere tutto più bello, ora mi stava stretta. Mi guardavo allo specchio e non riconoscevo più il mio corpo, cambiato dopo una vita a essere “in forma”. Ma non era solo il corpo: era un senso di smarrimento più profondo, quasi esistenziale. Chi ero? Cosa volevo davvero? Perché tutto mi sembrava così sbagliato?
Ogni pensiero che nasceva nella mia mente era una piccola crepa. Tutto mi sembrava pesante, rotto, privo di senso. E in quel tunnel nero in cui ero finita, mi portavo dietro anche un fardello silenzioso: la convinzione che dovessi solo “pensare positivo”. Che fosse tutto un problema di percezione.
Quando la positività fa male
Viviamo in un’epoca in cui il pensiero positivo è diventato un mantra. Ci viene detto ovunque: sorridi! guarda il lato bello! pensa positivo! Ma cosa succede quando quel sorriso diventa una maschera? Quando quel pensiero positivo si trasforma in una positività tossica?
La positività tossica è quel meccanismo che ci fa sentire in colpa per il nostro dolore. È quella voce interiore (o sociale) che ci suggerisce che non abbiamo il diritto di stare male, perché dovremmo semplicemente cambiare prospettiva. Ma la verità è che alcune emozioni vanno attraversate, non scavalcate.
La mia crisi emotiva: corpo, casa e identità
Nel mio caso, la crisi aveva tre volti: il corpo che non riconoscevo più, la casa che non sentivo più mia, e un’identità che si sfilacciava piano piano. Era come se ogni riferimento si stesse sgretolando sotto i miei piedi. E più provavo a pensare positivo, più mi sentivo distante da me stessa. Ogni tentativo di correggere il pensiero diventava una nuova forma di giudizio.
In quel periodo, avevo letto un libro che parlava dell’importanza di lasciar andare i pensieri negativi. Un messaggio potente, ma che avevo interpretato in modo semplicistico: pensavo che significasse sostituire i pensieri brutti con quelli belli. Ma la crescita personale non è una sostituzione. È un processo di comprensione.
Il fraintendimento spirituale: lasciare andare o reprimere?
Nel mondo della spiritualità e dello sviluppo interiore si parla spesso di “lasciare andare”. Ma cosa significa, davvero? Lasciare andare non è reprimere. Non è mettere una toppa luminosa sopra un buco nero. Lasciare andare significa sentire, attraversare, accogliere. E poi, nel tempo giusto, permettere che se ne vada.
Quello che facevo io, invece, era ignorare. Voltare lo sguardo. Cercare di cambiare umore a forza di pensieri belli. E più lo facevo, più il buio si faceva denso.
Il ruolo della chimica del corpo
C’è un motivo se non è così semplice cambiare pensiero. Il nostro corpo si abitua a certe emozioni. La chimica del cervello emotivo crea dei circuiti abituali, delle risposte automatiche. Se per mesi, o anni, abbiamo vissuto nella tristezza, nella frustrazione o nella paura, il nostro corpo si è adattato a quelle frequenze. Cambiare non significa solo pensare diversamente. Significa rieducare il corpo a nuove sensazioni. Con lentezza. Con rispetto.
Ecco perché forzarsi alla positività può diventare violenza. Perché è un salto che il nostro sistema nervoso non è pronto a fare. E la crescita non è un’accelerazione. È una trasformazione emotiva che passa dal corpo, dal respiro, dalla presenza.
Un’alternativa: sentire davvero
Oggi, se potessi parlare a quella me di febbraio, le direi solo una cosa: “Siediti. Respira. Non c’è nulla da sistemare subito.”
La vera positività non è quella dei pensieri felici. È la fiducia nella propria capacità di sentire. Di stare anche nel buio. Di ascoltarsi senza giudizio. Di sapere che ogni emozione ha il diritto di esistere.
E da lì, poco a poco, qualcosa cambia. Non perché lo forzi. Ma perché finalmente lo accogli.
Un abbraccio.
