Ho smesso di odiarmi. E in quel momento, qualcosa è cambiato per sempre. Questo è il racconto di come l’amore per sé stesse, l’accettazione del corpo e la consapevolezza interiore possono trasformare ogni cosa — a partire da come ci parliamo.

🌷 L’amore che non sapevo di non avere
Questa è una storia semplice. Ma anche profonda, delicata, intima.
Una storia che potrebbe assomigliare alla tua.
La mia, di certo, inizia così: con la convinzione di volermi bene.
Convinta, sì. Ma solo in superficie.
In realtà, per molto tempo, ho scambiato il rigore per rispetto.
Mi dicevo che essere dura con me stessa fosse una forma di forza.
Che criticarmi fosse motivazione. Che punirmi fosse una spinta.
E in effetti lo pensano in molti. Ci viene insegnato, in fondo.
Che più sei severa, più sei determinata. Che l’autoesigenza è una virtù.
E così impariamo presto a sopportare. A tollerare una voce interiore che, se la sentissimo da qualcun altro, chiameremmo abuso.
Io non me ne rendevo nemmeno conto.
Mi sembrava normale. Giusto, persino.
Fissavo obiettivi, e se per qualche motivo non li raggiungevo, quella parte di me prendeva il comando — la più crudele, autoritaria, velenosa.
Mi insultava. Mi ridicolizzava. Mi diceva che non valevo niente.
E poi, dopo quella tempesta, arrivava il contraccolpo: mollavo tutto.
Non perché non ci tenessi, ma perché nessuno riesce a crescere se viene costantemente schiacciato.
La rabbia, la colpa, il corpo
Nel mio caso, tutto questo si è reso visibile attraverso il corpo.
Un corpo che per anni ho colpevolizzato.
Mi guardavo allo specchio e pensavo le frasi peggiori:
“Che schifo.”
“Ti dovresti vergognare.”
“Guarda come sei ridotta.”

Erano pensieri automatici, fulminei, eppure pesantissimi.
Ogni volta che passavo davanti a uno specchio, si attivavano come spine.
Ero stata magra per anni. Ma quando il mio corpo era cambiato, non avevo retto la differenza.
Invece di chiedergli cosa stesse cercando di comunicarmi, me ne lamentavo.
Gli lanciavo addosso il mio disprezzo, giorno dopo giorno.
Il corpo come miracolo
Poi qualcosa è cambiato.
Durante il mio percorso di crescita interiore, ho iniziato a osservare il mio corpo da un’altra prospettiva.
E ho visto qualcosa che prima mi era completamente sfuggito:
un miracolo silenzioso, presente, costante.
Un sistema che, nonostante tutto, continuava a lavorare per me.
Ogni volta che lo ferivo, lui cercava comunque di guarire.
Ogni sigaretta, ogni bicchiere di troppo, ogni notte in bianco o giornata passata a scappare da me stessa, lui era lì.
Instancabile. Silenzioso. Presente.
Le mie cellule non si arrendevano.
Il cuore continuava a battere.
Il sangue a scorrere, a nutrire, a riparare.
Il mio corpo non ha mai smesso di fare il suo lavoro: tenere in vita una persona che, spesso, lo ignorava o lo disprezzava.
E lo faceva senza chiedere nulla in cambio.
Secondo dopo secondo, sistemava, compensava, ricuciva.
Anche quando ero io a fargli del male.
E ho capito che l’amore per se stesse parte anche da lì:
dal riconoscere quanto questo corpo, questa casa sacra e resiliente, sia stato sempre dalla mia parte.
Anche quando io non lo ero.
Quel giorno, quando l’ho guardato con occhi nuovi, mi sono sentita in colpa per tutto l’odio che gli avevo versato addosso.
E anche grata. Infinitamente.
Così ho iniziato a parlargli. A ringraziarlo.
Anche ai miei rotolini ho detto qualcosa:
“Grazie. So che siete qui per proteggermi. Ma ora potete andare. Sono pronta a farlo da sola.”
Un nuovo linguaggio, un nuovo inizio
Ho cambiato il mio dialogo interiore.
Non dall’oggi al domani, certo. Ma con costanza.
Ho sostituito la violenza con la compassione,
la condanna con il perdono,
la vergogna con il rispetto.
E da lì è iniziato tutto.
In quattro mesi ho perso dodici chili.
Ma la cosa incredibile è che non ho fatto fatica.
Mangiare bene era naturale.
Allenarmi non era più un castigo.
Non stavo più cercando di colmare un vuoto: stavo finalmente nutrendo qualcosa.
L’amore, quello vero
Quando ami qualcuno davvero, non puoi fargli del male.
E io avevo finalmente iniziato ad amarmi come si ama una persona a cui si tiene profondamente.
Con tenerezza.
Con cura.
Con ascolto.
L’amore per sé non si ferma al corpo.
Si estende alla mente. Al cuore. Ai pensieri.
Riguarda anche le parole che ci diciamo pensando al passato.
È lì che spesso ci manca l’amore più grande: quello che sa perdonare.
E allora?
Allora scegliamo.
Ogni giorno.
Scegliamo se continuare a pensare con le vecchie voci,
o se provarci in un modo nuovo.
Non per diventare perfette.
Ma per diventare più vere.
E se oggi riesci ad amarti solo per cinque minuti,
ti dico: è già un miracolo.
Perché da lì si parte.
Ti abbraccio.
Valentina
